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Vibrazioni metalliche. Il rumore: un canto. I giri del motore che diminuiscono mentre affronta la curva. La resistenza del volante tra le mani. Kowalski gli è addosso, ma riesce a uscire meglio del polacco e guadagna qualche decimo.
Ancora un lungo rettilineo poi la svolta a U, e la vittoria.

Correre non è soltanto correre.

Corre per sentire l’adrenalina, per il fascino della sfida, l’ebbrezza della velocità.
Per i sorpassi, e la folla, e la strada e le auto che brillano alla luce del sole.
Per guidare la sua Dino 246 GT e trovare la traiettoria migliore, per non arrendersi, nemmeno di fronte all’avversario più abile e accanito.
Corre contro Alessandra, le sue paure, il suo silenzio, le sue bugie.
Corre contro il tempo, che gli è nemico, da sempre.
Corre contro l’odio, e le armi e le chiacchiere sui giornali, e i soldi e le persone vuote e cattive, e la guerra e i politici e le false promesse.
Corre per la vita, per sentirla sul pomello del cambio e la pelle dura dello sterzo.

Correre è tutto.

Mentre guida racconta se stesso. Imboccare un tornante, frenare, accelerare fino al limite: io sono questo - si ripete - i miei pensieri sono tutti qui, se volete cercarli.
A volte ha paura. Una paura che ormai conosce bene, sana, giusta, che gli serve a ricordare chi è, quello che ha.
Spesso si è domandato se anche gli altri piloti siano come lui, se per loro guidare abbia lo stesso significato.

Era solo un gioco, all’inizio. Poi ci vivi un po’, nel gioco, succedono cose, il mondo cambia intorno a te e cambi anche tu.
Ogni gara è tutte le gare, ogni trionfo, ogni fallimento: ricorda tutto.
Il sorpasso su Flack a Monaco, durante il dodicesimo giro, dopo che gli era stato incollato al paraurti l’intera gara.
L’incidente a Vienna, quel muro addosso, il buio.
La vittoria a San Marino, nel giorno in cui suo padre se n’è andato, con quella pioggia torrenziale e il dubbio, ancora adesso, che la gara andasse interrotta.

Ma oggi c’è il sole.
Il riflesso del metallo rosso del cofano abbaglia uno spettatore, solo per un istante. L’aria di Aprile è già tiepida, le gomme si scaldano in fretta sull’asfalto bollente. Le voci dei tifosi si mischiano al rombo incessante dei motori, in un coro allegro. Così vivo, eppure così lontano, quasi un sogno.
Dagli specchietti la Lancia Stratos di Kowalski lo invita a mantenere la concentrazione.
Non lo lascia passare.
La Stratos finge di voler provare a destra, poi cerca un varco a sinistra.
Non lo lascia passare.
Sta per arrivare il momento di staccare. Entrambi sono decisi a tenere fino all’ultimo secondo, a non concedere nulla all’avversario. È l’ultima curva, quella che decide la competizione: se ne esci per primo la coppa è tua.
Frena. Scala, scala, il suono del motore che cambia rapidamente. Ottimo ingresso.

Dov’è Kowalski?

Si volta immediatamente a sinistra. Credeva fosse impossibile affrontare la U in quel modo, con così poco spazio a disposizione. Ha staccato meglio di lui.
La Lancia corre al suo fianco, sulla parte più esterna della curva, vicinissima alla Dino, potrebbe toccarla, se volesse. Kowalski guarda avanti a sé, le braccia tese nello sforzo mentre piega il volante a destra.
Cercherà di stringere e superarlo all’uscita della curva.
Deve evitarlo, essere più svelto e lasciarlo indietro.
Accelera. Accelera ancora.

Solo qualche metro di strada diritta.
Niente da fare: sono appaiati. Le carrozzerie si sfiorano.
È pochi centimetri più avanti della Stratos.
Il pubblico esulta, unito in un unico grido con i motori al massimo dei giri.

Guarda solo il traguardo, e sorride.
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:iconevil-ataru:

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Un breve racconto.

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